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Remo Sandron

 

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da Fior del verde di Lorenzo figlio di Renzo

 

da I sonetti della pietà

 

II
 

La vita non potrà mai tôrre al cuore
dell’uomo, in questo mondo pellegrino,
desio di libertà, per cui Amore
combatte e vince in ogni suo destino,

e i miei sospir, che mettono dolore
nelle parole amare dove inchino
tutta la mia pietà che si trae fore,
meco si fanno al sogno mio vicino:

io dico a colei che la mia mente
illuminò d’Amore e di speranza,
perciò ripenso disperatamente

che Amore ancora al cuore dia certanza,
avvegna, adesso, sia infinitamente
enorme fra me e Chiara la distanza.

 

 


 

 

da Notturne

 

IV
 

Quando viene l’angelo della sera
la mia mente ritorna alla sua scuola
e vedo donne in guisa di chimera
che io chiamo: mia luce, madonna!

In me c’è seminato un germe antico,
la mia voce è d’uno che ritorna
perché di tutti i secoli fu’ amico,
ed odo la poesia che mi frastorna:

giovane fanciulla dal volto pallido
segnata di sangue sulle palpebre,
sulle labbra e sulle dita
macchiata di pampini ed edera,
che Angelica chiamo,
per la sua veste chiara,
i suoi occhi lucenti
di tutta l’ansietà dei firmamenti,

per il suo essermi cara
e sempre presente
come l’aria, che cinge ma non stringe

meravigliosamente.

 

da Fior del verde  (Capitolo II)

 

[...]

 

Io dico che nell’intimo dei cuori
là dove Amor profonda in suo dolore
poscia il dolore genera tesori:

l’uomo non sa il mistero dell’Amore
finché non nasce ad una vista nuova
finché non si rigenera dal cuore

la conoscenza che non chiede prova
di verità, ma ciò che sente intende
e non c’è più ragione che ’l rimova

con arte di sofista quanto apprende
pel desiderio occulto d’Infinito,
che al di là, d’ogni dolor, trascende.

Così io ero a Chiara tanto unito
che a veder Morte non intesi morto
l’Amor dal quale mai sarò partito.

avvegna tuttavia che il mio sconforto
era cotal che non potea lasciare
dei miei pensier sorella morte il porto.

Ed io, che continuavala a guardare
nel volto in cui non termina mercede,
scoppiai in pianto e allora per sfogare

la mente mia, qual povero chiede
al lato di una chiesa, le rivolsi
io questa supplica in dubbio di fede:

«Ti prego, per le rose che non colsi,
che se nel mondo più non si rivede
le belle forme dalle quali io tolsi


i lai d’amor che la mente richiede,
se tu sai dimmi quale conoscenza
portar mi possa a quella nova sede

dove riposa la mia dolce essenza,
perch’io la possa risentire almeno
vicina a me come chiara presenza,

e certo sia che non venga meno
l’affetto che le trame della vita
noi due legò in quel tempo sereno;

perciò anche se l’anima è fuggita
verso l’Eterno verso l’Infinito
dimmi se c’è una via pur aspra e ardita

che risentir mi faccia il dolce invito
della sua voce e ancor del suo sorriso
perch’io non resti, omai, così smarrito.

Poi ch’io son certo che nel Paradiso
ella a me pensa, come quaggiù in terra
per lei rivolgo al ciel piangente il viso».

[...]