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Awo mi spiega il significato del suo nome,
prettamente legato alla concezione della vita Yoruba.
Mi dice che è legato al senso profondo della parola “divinazione”, intesa
come quell’attività mantica che cerca di scoprire ciò che è sconosciuto e
che di sovente non può essere reso noto mediante esperimenti e logica. Mi
specifica come nel caso del suo popolo, essa non sia legata a stregonerie
ma ad una tecnica di lettura di certi segni naturali o artificiali dai
quali si traggono informazioni utili.
– Si cerca di interpretare certi movimenti che ci circondano, come il volo
degli uccelli, l’atmosfera e il fluire dei venti, i sogni, in parole
semplici si tenta di dare una logica a ciò che solitamente appare casuale.
Questa interpretazione porta colui che la espone ad esprimere quello che
in latino viene chiamato con il nome di “omina”, pronostici augurali. Ma
per noi Yoruba tutto questo non ha senso senza la subordinazione
all’osservanza della tradizione. Inizialmente questa tradizione la
veicolavamo solo tramite una trasmissione orale dove era fondamentale la
presenza di un individuo scelto dal gruppo per divenire l’attore del
culto, il profeta nel senso più profondo e ampio del termine.
Oggi, grazie alla scrittura, il ruolo dell’oratore non è più fondamentale
se non per permettere la trasmissione di certi valori all’interno di
piccole comunità familiari. Oggi, qui ad Ibadan esistono alcuni gruppi di
persone che ottusamente portano avanti le loro tradizioni utilizzando e
credendo solo nella divulgazione orale, restando più ancorati alla
leggenda, alle superstizioni, non facendo entrare nessuno nel loro
cerchio; io, come molti altri, stiamo tentando di modernizzare certe
tradizioni, di raccontarle basandoci su testi esistenti ma anche su nuove
interpretazioni da adeguare a tutti. Riesco a far questo grazie
all’appoggio dei parenti e degli amici e forse un giorno grazie agli abiku
(bambini) che mi ascoltano.
Poi, sorridendo mi specifica come nel
linguaggio Yoruba una stessa parola può essere utilizzata per dire
moltissime altre cose, ad esempio la frase “Oro awo” che contiene il suo
stesso nome, significa “Chiacchierata segreta”, mentre la frase “Opa awo”
significa “Muto come un pesce”. Mi viene così da ammorbidirmi subito
davanti a questo personaggio emblematico e nel contempo ironico e
immediato. Penso a come noi italiani siamo linguisticamente pignoli e
superbi nel voler dare ad ogni parola un suo esatto posto e nel non voler
mischiare le cose o i significati. Poi però penso al mio nome, Bianca e al
mio soprannome, Fiammetta e a come curiosamente assumono significati
precisi, poi utilizzati come nomi di persona e scelti per metaforizzare la
sensazione legata al nome. Allora per risultare simpatica dico ad Awo:
– Io mi chiamo Bianca, come limpida, schietta, pura e di soprannome gli
amici mi chiamano Fiammetta per la striatura color mogano che ho nei
capelli e perché quando mi entusiasmo sono euforica, scintillante...
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