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da L'ombra del mio veleno di Jacopo Arrighi

 

Parola al folle!
che di mente è sano.
Parola al folle!
nel suo oscuro vano,
che nasconde il sapere
con lesta mano,
che fa scivolare il pensiero
sopra la cruna di un ago,
perché…
D’amore e morte,
il folle è l’immago.

Parola a costui,
che via ti trascina,
al di là del sapere,
tra mistiche sbornie
la sua mente dilaga.

Parola al folle!
che vuol tutto per sé,
che tra le fiamme
cerca l’amore,
cerca la mutazione
che lo renda bambino.
Parola al folle!
tuo amante segreto,
che,
pazzo infantile
non ha religione.

C’era una volta
dunque,
un folle ubriacone,
che scrisse una poesia
per te. Unico amore,
cresciuto nei tuoi occhi
per renderti invincibile.

Ed allora!
Tu! Oh creatura!
Oh vile, essere umano!
Dai parola al folle
che di mente è Sano!
Dai parola al folle
del tuo regno
sovrano!

Che ti seduce
con labbra divine,
e che dalla tua carne
toglie le spine.

2002

 

 


 

 

Tremano le mani
e sul tuo corpo danzano, frementi
e sensuali i pensieri prendon carne,
si vegliano, e come il messaggio
il mare trasporta solitario,
e ad un’ignota meta lo conduce,
io nei miei ricordi affondo la mente,
e vedo sulla sabbia la tua luce,
l’eco della tua voce,
al ritmo della natura propaga la malattia,
che sana l’ustione della mia forma assurda.

Ti sfioro e guarisco.

30/05/2003
 

 

Qui nel cielo siamo spogli e senza vita!
Perfetti ed immacolati come esseri divini,
vaganti, nelle oscure immensità dell’universo.

Siamo eleganti, non v’è presenza alcuna di
un’ombra o di una paura.
L’immagine dipinta sulla tela degli Dei,
è dunque troppo aggraziata.

Non vi sono più sui volti,
gli inclinati sguardi, e le amare distinzioni
che mutano e servono a compier l’intesa,
non esiste dunque nessuna faccia offesa,
non esiste dunque più l’uomo,
e tutto sembra splendente oltre il confine,
tutto sembra demente e legato alla fine.

Lupi ed anime sagge,
di propria natura velate e
ricami di fiori,
tutto qui s’esclude.

Siamo solamente riflessi vaganti, attraverso
l’universo, mondi, e sogni amari,
ai confini dell’esistenza, sussurriamo e gridiamo
la nostra vaga presenza.

30/05/2003

 

 


 

 

Sono volato sopra di un fiume d’argento,
ove lentamente mi sono poi immerso,
divenendo con l’acqua e la natura
sposo ideale per compiere il messaggio,
il verso.

Abbandonato, in turchine acque divenute malsane,
vidi la gioconda apparizione che della
perfetta creazione assorbì l’immagine,
in ogni sua singola movenza e vibrazione.

Son qui io, larva mutante, sdraiata
con anima curva, in un bagno prezioso
ove le mie ossa giaccion come le foglie
che della mia cattiveria contengon la resina.
Il dolor si spreme e varca le traviate soglie,
muta dunque con l’assoluta perfezione.

Un canto volge a termine al di là della radura
ed il grido del mio male s’avvolge all’eco.

Sdraiato su di un malsano fiume d’argento,
ho distinto le perfette simmetrie,
che il mondo si porta in grembo.
Ho visto con perduto sguardo la poesia secolare,
e fan cerchi di fuoco le mie fantasie,
mi bruciano la mente, e quelle
restano solamente.

Questa per la materia pensante
è soave e mistica lezione,
mi sono sbronzato, nel bagno della
mia purificazione.