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Jaffar corre e salta sulle pietre e noi col
fiato in gola cerchiamo di seguirlo; si dirige verso una zona dove è
evidente che i turisti non arrivano: è una depressione dove le palme sono
più grandi e più verdi; all’improvviso davanti a noi si materializza un
piccolo laghetto attorniato da un lussureggiante palmeto: è la sorgente
sulfurea Afqa, l’elemento vitale dell’intera oasi, è attorno ad esso che
si creò un luogo di ristoro per le carovane che congiungevano l’oceano
Indiano al Mediterraneo. Afqa è la parola aramaica che significa “uscita”.
Presso la sorgente, attualmente in disuso, si praticavano cure termali sin
dal neolitico. Queste brevi notizie fornite dal solerte Leonardo e
supportate da quelle più empiriche del buon Jaffar in un approssimativo
inglese, oltre alla magica atmosfera, ci fanno balenare un’idea che anche
il nostro accompagnatore condivide e anzi ci invita a seguire. Perché non
fare un tuffo in quell’acqua tiepida ed invitante?
L’idea la lancia Mauro e subito Paolo, riottoso ma non disdegnando:
– Ma non abbiamo il costume!
– Che ce ne frega, abbiamo le mutande o al limite anche nudi non c’è
nessuno chi vuoi che ci veda – ribatto io e Leo rafforza:
– Certo un bagno nell’acqua tiepida di una sorgente in un’oasi nel
deserto: vuoi mettere, e poi quando ci ricapita…
Jaffar si è già spogliato e sguazza felice nell’acqua invitandoci. Ci
guardiamo, un’occhiata attorno, nessuno in vista, in un attimo siamo nudi
come vermi, i pochi vestiti gettati sulla sabbia e insieme come ragazzini
una corsa un urlo e un tuffo che ci porta sott’acqua. Nell’attimo prima di
riemergere, per la mente mi passa rapidissima un’immagine: sono io all’età
di Jaffar, riemergo e accanto a me in uno scintillio di gocce e un
balenare di raggi di sole i miei amici di allora, siamo sul Terzolle a
Firenze durante una delle tante gite in bici, poi sorpreso mi trovo
accanto Mauro, Paolo, Leonardo; “non è più il tempo, non è più quell’età”
direbbe il poeta, ma per noi è tornato indietro: mi sento di quel tempo,
di quell’età ed anche loro, gli amici di ora, da quello che dicono e fanno
sono tornati indietro di almeno quarant’anni.
Passiamo venti minuti tra battute, sfottò e scherzi d’acqua con una
leggerezza d’animo dimenticata, come solo un ragazzo a quindici anni può
avere, con la differenza che ora di anni ne abbiamo quaranta di più, ma
questo ci porta ad una consapevolezza maggiore che ci fa godere con
maggiore intensità questo momento unico.
Solo quando ci accorgiamo di essere osservati da due locali, abbigliati
nelle loro lunghe tuniche, e dai loro cammelli che indifferenti ai nostri
schiamazzi continuano apatici a guardarci e a ruminare, che ci decidiamo
ad uscire; Jaffar urla loro qualcosa, rispondono, forse un saluto poi, con
lentezza, si allontanano ed io guardo quella scena dalla bassa linea
d’orizzonte dell’acqua, con sullo sfondo il verde intenso delle palme che
filtrano i raggi di sole come fossero piccole taglienti lame; e penso
quanto sia bello questo momento per poesia e intensità. Fantastico.
* * *
Un giro della città ci conferma la prima
impressione: niente di particolare attira il nostro interesse, proviamo a
spingerci nella parte più vecchia dove un mercato rionale offre spunto per
qualche foto e la vita assume quel colore locale che più ci piace; un
ragazzo, davanti ad un banchino, per qualche offerta, si esibisce con
incredibile abilità in giochi di prestigio; è bravissimo, riesce a far
sparire e riapparire quattro monete sotto gli occhi increduli di una
piccola folla.
Più in là, in un cortile il rosso ed il marrone di un pavimento di una
strana consistenza attira la nostra attenzione; anche l’odore ha qualcosa
di strano: da prima dolciastro, poi forte e pungente, infine nauseabondo.
Solo una volta dentro ci rendiamo conto: è un macello, sotto una tettoia
decine di carcasse rossastre gocciolano fumante sangue rosso vivo, che
sgorgante a fiotti dai colli recisi, alimenta la pozzanghera; più avanti
il colore vivido perde intensità nel raggrumarsi, passando da toni marroni
a un nero inerte. In un angolo, calderoni esalano vapori di vita appena
cessata; qualcuno raccoglie le interiora su cumuli gelatinosi e tremolanti
e poi ancora cataste di pelli, teste e zampe. In un recinto, pressate le
une alle altre, povere bestie inconsapevoli o rassegnate, capre e montoni.
Chi ci vede entrare interrompe per un attimo la propria occupazione; tutti
hanno grandi grembiuli che li coprono dal petto fino alle caviglie, con
stivali e grossi guanti di gomma, qualcuno ha una bandana; da una parte un
tizio di corporatura più che abbondante, seduto su una poltroncina di
plastica che a malapena riesce a contenerlo e con il grembiule che
strascica per terra nascondendogli completamente le gambe, se ne sta beato
sorseggiando una tazza di caffè nella mano destra, mentre nella sinistra
tiene il lungo bocchino di un narghilè, poggiato su di un vassoio di rame.
Ha l’aria di essere il padrone: fissandoci incurante di ciò che lo
circonda, lasciando immobile il suo grosso corpo, allunga un braccio per
poggiare la tazza di caffè e, senza guardare, afferra qualcosa che sa di
trovare sul vassoio e poi, con movimento meccanico, lo porta alla bocca e
lo mastica.
La scena è infernale: tanti diavoli a torturare i poveri dannati e quel
belzebù a sovrintendere le operazioni. Ne rimaniamo nauseati ed
affascinati nel contempo ma ci allontaniamo volentieri, pur portandoci
dietro quelle immagini tanto che, dopo alcune ore, nemmeno Leo accenna
alla necessità di cercare un locale per la cena.
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