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da Il mare a destra di Lorenzo Lorenzetti

 

 

Jaffar corre e salta sulle pietre e noi col fiato in gola cerchiamo di seguirlo; si dirige verso una zona dove è evidente che i turisti non arrivano: è una depressione dove le palme sono più grandi e più verdi; all’improvviso davanti a noi si materializza un piccolo laghetto attorniato da un lussureggiante palmeto: è la sorgente sulfurea Afqa, l’elemento vitale dell’intera oasi, è attorno ad esso che si creò un luogo di ristoro per le carovane che congiungevano l’oceano Indiano al Mediterraneo. Afqa è la parola aramaica che significa “uscita”. Presso la sorgente, attualmente in disuso, si praticavano cure termali sin dal neolitico. Queste brevi notizie fornite dal solerte Leonardo e supportate da quelle più empiriche del buon Jaffar in un approssimativo inglese, oltre alla magica atmosfera, ci fanno balenare un’idea che anche il nostro accompagnatore condivide e anzi ci invita a seguire. Perché non fare un tuffo in quell’acqua tiepida ed invitante?
L’idea la lancia Mauro e subito Paolo, riottoso ma non disdegnando:
Ma non abbiamo il costume!
Che ce ne frega, abbiamo le mutande o al limite anche nudi non c’è nessuno chi vuoi che ci veda – ribatto io e Leo rafforza:
Certo un bagno nell’acqua tiepida di una sorgente in un’oasi nel deserto: vuoi mettere, e poi quando ci ricapita…
Jaffar si è già spogliato e sguazza felice nell’acqua invitandoci. Ci guardiamo, un’occhiata attorno, nessuno in vista, in un attimo siamo nudi come vermi, i pochi vestiti gettati sulla sabbia e insieme come ragazzini una corsa un urlo e un tuffo che ci porta sott’acqua. Nell’attimo prima di riemergere, per la mente mi passa rapidissima un’immagine: sono io all’età di Jaffar, riemergo e accanto a me in uno scintillio di gocce e un balenare di raggi di sole i miei amici di allora, siamo sul Terzolle a Firenze durante una delle tante gite in bici, poi sorpreso mi trovo accanto Mauro, Paolo, Leonardo; “non è più il tempo, non è più quell’età” direbbe il poeta, ma per noi è tornato indietro: mi sento di quel tempo, di quell’età ed anche loro, gli amici di ora, da quello che dicono e fanno sono tornati indietro di almeno quarant’anni.
Passiamo venti minuti tra battute, sfottò e scherzi d’acqua con una leggerezza d’animo dimenticata, come solo un ragazzo a quindici anni può avere, con la differenza che ora di anni ne abbiamo quaranta di più, ma questo ci porta ad una consapevolezza maggiore che ci fa godere con maggiore intensità questo momento unico.
Solo quando ci accorgiamo di essere osservati da due locali, abbigliati nelle loro lunghe tuniche, e dai loro cammelli che indifferenti ai nostri schiamazzi continuano apatici a guardarci e a ruminare, che ci decidiamo ad uscire; Jaffar urla loro qualcosa, rispondono, forse un saluto poi, con lentezza, si allontanano ed io guardo quella scena dalla bassa linea d’orizzonte dell’acqua, con sullo sfondo il verde intenso delle palme che filtrano i raggi di sole come fossero piccole taglienti lame; e penso quanto sia bello questo momento per poesia e intensità. Fantastico.

 

*  *  *

 

Un giro della città ci conferma la prima impressione: niente di particolare attira il nostro interesse, proviamo a spingerci nella parte più vecchia dove un mercato rionale offre spunto per qualche foto e la vita assume quel colore locale che più ci piace; un ragazzo, davanti ad un banchino, per qualche offerta, si esibisce con incredibile abilità in giochi di prestigio; è bravissimo, riesce a far sparire e riapparire quattro monete sotto gli occhi increduli di una piccola folla.
Più in là, in un cortile il rosso ed il marrone di un pavimento di una strana consistenza attira la nostra attenzione; anche l’odore ha qualcosa di strano: da prima dolciastro, poi forte e pungente, infine nauseabondo. Solo una volta dentro ci rendiamo conto: è un macello, sotto una tettoia decine di carcasse rossastre gocciolano fumante sangue rosso vivo, che sgorgante a fiotti dai colli recisi, alimenta la pozzanghera; più avanti il colore vivido perde intensità nel raggrumarsi, passando da toni marroni a un nero inerte. In un angolo, calderoni esalano vapori di vita appena cessata; qualcuno raccoglie le interiora su cumuli gelatinosi e tremolanti e poi ancora cataste di pelli, teste e zampe. In un recinto, pressate le une alle altre, povere bestie inconsapevoli o rassegnate, capre e montoni. Chi ci vede entrare interrompe per un attimo la propria occupazione; tutti hanno grandi grembiuli che li coprono dal petto fino alle caviglie, con stivali e grossi guanti di gomma, qualcuno ha una bandana; da una parte un tizio di corporatura più che abbondante, seduto su una poltroncina di plastica che a malapena riesce a contenerlo e con il grembiule che strascica per terra nascondendogli completamente le gambe, se ne sta beato sorseggiando una tazza di caffè nella mano destra, mentre nella sinistra tiene il lungo bocchino di un narghilè, poggiato su di un vassoio di rame. Ha l’aria di essere il padrone: fissandoci incurante di ciò che lo circonda, lasciando immobile il suo grosso corpo, allunga un braccio per poggiare la tazza di caffè e, senza guardare, afferra qualcosa che sa di trovare sul vassoio e poi, con movimento meccanico, lo porta alla bocca e lo mastica.
La scena è infernale: tanti diavoli a torturare i poveri dannati e quel belzebù a sovrintendere le operazioni. Ne rimaniamo nauseati ed affascinati nel contempo ma ci allontaniamo volentieri, pur portandoci dietro quelle immagini tanto che, dopo alcune ore, nemmeno Leo accenna alla necessità di cercare un locale per la cena.