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A tavola, mentre pranziamo assieme, Maria
Maria si è ricordata di un sogno fatto due notti fa. Aveva sognato il
nonno in una luce intensa, proprio dove ha la finestra piena di pupazzetti
e Charlie Brown adesivi. Era felice di parlare con lei e fermarsi un po’ a
casa.
Maria Maria gli aveva detto stupita ma senza alcuna paura:
“… ‘ciao nonno, sono contenta di vederti’.
‘Anch’io. Qualche volta ho nostalgia di te e allora vengo a trovarti nel
sogno.’
Parlava come sempre, con il sorriso di una persona felice. Ha aggiunto:
‘Tra poco è Pasqua, come tanti anni fa. Tu eri alle elementari e mi
piaceva quando sulle ginocchia mi facevi vedere i quaderni e volevi
sentire la poesia Sabato Santo, che avevo imparato in quarta,
quando avevo la tua voglia di vivere e le cose più belle erano le giornate
di sole delle vacanze in arrivo e i fiori di ciliegio che toccavano le
finestre di casa. Finiva con
verrò domani mattina
con un pezzo di gallina
con un pezzo di capretto
e con l’uovo benedetto.
Tu hai il dono dei sogni e della fantasia: è
il regalo più prezioso che l’angelo Natale porta in dote a tutti i bambini
del mondo quando il cordone ombelicale viene reciso e che gli impegni
della vita, l’abitudine e la nostra supponenza soffocano. Come fa l’erba
incolta o la gramigna infestante. Custodiscila perché ci è data in
prestito e ce ne sarà chiesto conto.
Ed è vicina al sogno la dimensione in cui mi trovo: ciascuno dei nostri
giorni è la realizzazione del sogno più bello o del desiderio più intenso
che qualcuno ha avuto.
Così un giorno siamo fronde di rami e senti il vento freddo che ti
attraversa, l’uragano che ti tende e spezza, gli stomi che si dilatano, la
traspirazione benefica, il sole che ti scorteccia, il muschio tramontano
tra le scaglie, il rigonfio doloroso di foglie nuove che si formano.
Un giorno siamo folletti buoni di un mondo parallelo che preparano
scherzi, dormono tra i grappoli di sicomoro, si ubriacano col lattice di
gelsomino selvatico o con il rizoma delle felci sbarulle, ballano con le
esili fatine delle brume o con gnome goffe e gentili, accendono le stelle
di cui sono guardiani, si mostrano a chi non crede, lasciano in pegno il
berretto rosso ai bambini che li vedono. A volte siamo suoni e luci allo
stato puro, vibrazioni che compongono accordi, note di clavicembali,
ottoni, arpe, archi, tamburi e legni percossi o modulazioni acute di
costellazioni, suoni gravi di galassie che ruotano, sibili intrecciati di
asteroidi e sassi celesti, canto di balene, nenie, ninnananne di donne
chine sui piccoli o luci veloci e mutanti delle aurore di Borea, il rosso
di esplosioni stellari nel cobalto più puro o il bianco accecante che vira
in bianchi ancora più intensi, l’azzurro assoluto dei cieli e degli abissi
dei mari, le tonalità quiete di giorni d’inverno, le velature delle
giornate più calde.
Un altro entriamo negli animali di casa quando sbadigliano e siamo mici,
bastardini, fringuelli tra le sbarrette. Forse vi accorgete appena del
cambiamento perché Palla non vi si stacca più dai piedi, la micia
condominiale vuole entrare in casa e fa un bordello di fusa e di salti
all’indietro, i canarini trillano con il repertorio dell’usignolo e dal
frullo delle ali scende a volte polvere di stelle: siamo noi, tornati a
vedervi, ad ascoltare i vostri discorsi, a trasmettere calore, a risentire
il profumo dei cappelletti in brodo e del vino sapido in caraffa.
Altri giorni siamo falchi, nibbio, fregate, albatri o gabbiani di mare
presi nei vortici ascensionali, solitari su dirupi bianchissimi a fissare
con vista acuta l’infinito e cosa nasconde o in volo radente sulla schiuma
di oceani senza nome.
Questa è la mia casa. Questi sono i miei giorni. Ti ricordi come ti
chiamavo?’
‘Sì, il mio sole.’
‘E lo sei ancora e ti voglio ancora più bene adesso.’
Abbiamo chiacchierato di tante cose. Io mi sono alzata a toccarlo ed era
vero, come ora tocco papà e l’ho tenuto per mano mentre mi dava un bacio
in fronte.
‘Verrò ancora a trovarti. Ora dormi tranquilla.’
Se n’è andato. Io ho continuato a dormire un sonno calmo e ininterrotto e
al mattino ero leggera.
Sapevo di aver sognato un bel sogno, ma solo adesso mi sono ricordata che
come tante altre volte il nonno era passato.”
Le ho chiesto se avesse detto ancora qualcosa per me e perché non possa
sognarlo.
Forse abbiamo ancora un conto in sospeso tra noi, ma so che le
arrabbiature, là dove si trova, durano poco. La prossima volta, uscito
dalla cameretta di Maria Maria, si fermerà in quella attigua e seduto sul
letto racconterà anche a me, e gli chiederò mille e mille cose se la mamma
anche là è ancora un po’ rognosa e in costante pensiero, se riesce a
sentirmi quando lo penso, se tra gli angeli che risalgono ne conosce uno
che beve che è il mio e gli voglio bene, se è vero che a volte perdono
qualche piuma per dirci che ci sono e indicarci il percorso, se è vero che
guarirò in fretta e riuscirò a dare il bene che ho accumulato.
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