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da Il banchetto degli illusi di Filippo Bartolozzi

 

IL BORGHESE E IL CONTADINO

 

La pace sia con te
uomo villano,
che altro non conosci
oltre gli ettari che possiedi.

      Un’aia
      il canto del fuoco
      la luna calante
      il Sesto Baccelli
      i versi di Dante.

Perduto ad accantonare miseria
guardati intorno,
non sei un buon attore
ma il sipario è già alzato.

      Filastrocche e commedie
      dalla mia terra
      dal mio sangue Etrusco
      fanno scorrere la lingua veloce
      al barlume sodale di un fiasco
      ma tu che ne sai?
      Non sei un sognatore.

 

 

 


 

 

INEBRIANTE

 

Tiepida festa medioevale
con tanto di giullare
bandiere e drappi
che sventolano e si burlano di te
non è vero
      non è vero
non puoi godere del vento come loro
e poi
la zingara ha già parlato
nessun futuro.

Ti frughi
delirio organizzato
nelle tue tasche,
sfolgorio di luci
nella testa
negli occhi
lei
il suo odore
il suo sapore
il suo essere così viva
      – ti senti morire –
il presente ti appare
un alternarsi dispendioso
di energia
di calore
che tutto assorbe
e lascia andare.
 

 

PORTO DI PARTENZA

 

Il canto del gabbiano
si rifrange sulle onde
e penetra in ogni poro
che suda rancore e birra
mentre i sassi ti pungono i piedi
e le scogliere alternative
ti osservano dall’alto
della loro immobilità.

Meta casuale
ti riveli complice
di chi
inneggia fiero al suo stendardo
e poi la notte
guarda le stelle
convinto che un giorno le raggiungerà.

Quell’ombrellone aperto
silenzioso e riflessivo
è solo lo specchio
del contadino
che in terra fertile
lancia il suo seme.


 

 


 

 

SCRITTO IN BLU

 

I tuoi occhi guardano il mare
le tue dita sembrano assaporarne
la maestosità,
la falsa maestosità di un elemento
che ti teme e venera,
accarezzandoti ipocrita i piedi nudi
perché il vento
che lo ha reso schiavo di un moto perpetuo
a te sussurra
tra i capelli parole di miele.

I nostri bicchieri si toccano
in quel brindisi levato alla gioia
i nostri animi sono lontani
tu
dolcemente cullata dalle onde
io
gabbiano ferito
in mano alla bufera.

Cullato da chiese e palazzi di antico stile
annasperò senza trovarvi
la finezza dei tuoi occhi
che guardano il mare.

Aprendo la finestra dimenticherò
colline vigne ed ulivi,
– nel naso l’odore salmastro –
      – di fronte la nebbia mattutina –
fine come il tuo ricordo.